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Art. 3 Costituzione Italiana

18 ottobre 2008
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Inauguro oggi, con l’art. 3 Costituzione, alcuni brevi commenti alla nostra Carta. Vedete, ritengo sia importante che anche su web vengano diffusi e fatti conoscere i princìpi  ai quali si ispira il nostro sistema giuridico-sociale.
Intendiamoci. Non vorrò fare certo un discorso arido e tecnico, quanto piuttosto una valutazione globale e sintetica della carta del 1948. Eviterò pertanto i tecnicismi, ed eviterò di addentrarmi in ragionamenti troppo complessi che richiederebbero una trattazione dettagliata, improponibile in un blog. Pertanto, se interessati, invito i lettori ad approfondire direttamente sui trattati appositi.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Con la fine della seconda guerra mondiale e il tramonto del Fascismo, nasce in Italia l’esigenza di costruire uno Stato capace di garantire ai cittadini non già una semplice uguaglianza formale (tipica dei sistemi liberali), bensì un’uguaglianza che potesse in questi termini permettere agli stessi di godere effettivamente di una parità, altrimenti sostanzialmente negata dai sistemi costituzionali formalistici (vedi Statuto Albertino).
Così, in sede costituente, venne elaborato il princìpio di cui all’art. 3 Cost. Un princìpio importante, poiché supera – come ho detto – il criterio dell’uguaglianza formale e definisce un nuovo criterio di parità fra i cittadini: quello dell’uguaglianza sostanziale.
A questo punto vi domanderete: che differenza c’è? Del resto – verrebbe da dire – anche lo Statuto Albertino (che era uno statuto liberale), garantiva l’uguaglianza fra i cittadini. E dunque? Dove ha innovato effettivamente la Costituzione repubblicana? Be’, chiaramente una cosa è dire “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, senza però prevedere strumenti tali a garantire in concreto questa uguaglianza; altra cosa è affermare “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e lo Stato si impegna a rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali che impediscono questa uguaglianza”.
La differenza dunque sussiste ed è una differenza fondamentale. Lo Statuto Albertino garantiva l’uguaglianza, ma lasciava al mercato, alla libertà e volontà del singolo, e in ultimo alla società, il compito di eliminare gli ostacoli che impedivano in concreto l’effettivo raggiungimento del risultato egualitario. Così veniva a verificarsi il paradosso di una società formalmente egualitaria, ma sostanzialmente diseguale.
Il regime fascista, d’altro canto, non attenuò certamente le profonde diseguaglianze sociali, sebbene molte misure adottate dal sistema corporativo avevano (almeno apparentemente) proprio un simile obiettivo. E questo perché il Fascismo partiva da un’ideologia che tendeva ad appiattire il sistema sociale ed economico al princìpio dello Stato Etico. Perciò, comprimendo la libertà e l’iniziativa, comprimendo l’autotutela dei lavoratori e dunque delle classi più deboli, impediva in concreto lo sviluppo di tutti quei meccanismi poi attuati nel più progredito sistema repubblicano, informato al princìpio dello Stato Sociale.
Ecco dunque che arriviamo all’art. 3 della Carta Costituzionale, del quale un primo importante metaprincìpio desumibile è l’impedimento per il legislatore di emanare norme che creino diseguaglianza fra i cittadini in base al sesso (e all’orientamento sessuale), alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche e alle condizioni personali e sociali. In questi termini, qualsiasi provvedimento legislativo violativo di un siffatto princìpio può e deve essere tacciato di incostituzionalità (da qui l’illegittimità costituzionale di molte leggi del sistema corporativo e del precedente sistema liberale).
D’altro canto, il princìpio di uguaglianza sostanziale, previsto dalla nostra costituzione, non si traduce affatto – come apparentemente potrebbe credersi – in un’uguaglianza assoluta che alla fine andrebbe a negare lo stesso princìpio. Infatti, al princìpio stesso è sottesa la consapevolezza che l’uguaglianza potrà essere garantita effettivamente solo se si prende coscienza che tutti i casi uguali devono essere trattati in modo eguale e che tutti i casi diversi devono – per converso – essere trattati in modo diverso.
Eppure, anche questa consapevolezza non è sufficiente. Non a caso, il secondo comma dell’art. 3 estende e concretizza il princìpio di uguaglianza, rendendolo effettivamente perseguibile. La norma infatti stabilisce che lo Stato (e pure le Regioni, le Province, i Comuni e gli altri enti pubblici) deve rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che di fatto limitano l’uguaglianza e la libertà dei cittadini, e che impediscono perciò la realizzazione della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale della nazione. Il che significa che l’uguaglianza non può essere vista solo come limitazione negativa all’azione statale (lo Stato non può emanare leggi che creino diseguaglianze!), bensì pure come una imposizione allo Stato e agli enti pubblici di compiere azioni positive volte alla rimozione delle diseguaglianze (l’autorità pubblica deve emanare leggi che elimino discriminazione e ineguaglianze). Ciò significa, in altre parole, che non è sufficiente che in una società ogni cittadino sia eguale dinanzi alla legge (uguaglianza formale), è pure necessario che tale uguaglianza sia effettiva (uguaglianza sostanziale). Esempio: l’istruzione. Non è abbastanza che ogni ragazzino abbia il diritto di istruirsi e andare a scuola, ma è necessario che lo possa fare concretamente. Perciò, se la famiglia non ha le risorse economiche per mandare il proprio figlio a scuola, lo Stato deve prevedere risorse economiche per tali famiglie disagiate (borse di studio, libri di testo gratuiti ecc.). E questo affinché si attui l’effettiva uguaglianza tra chi – benestante – non ha problemi economici che gli impediscono di istruirsi e chi, invece, per simili problemi, in concreto non può.
In conclusione, il princìpio di uguaglianza è un fattore di estrema civiltà che già costituì nell’ottocento una  vera rivoluzione nella società, poiché di fatto veniva superato il sistema assolutistico che invece fomentava profonde diseguaglianze classiste (nobili, clero, borghesia e contadini/operai). Eppure, sebbene fortemente innovativo, tale princìpio – formalisticamente inteso – non era di fatto soddisfacente, perché garantiva soltanto le classi medie (borghesia), le uniche dotate di sufficiente autonomia economica per far valere i propri diritti. Ecco perché – dopo il culmine dei regimi nazifascisti – tale princìpio ha trovato nuova linfa, evolvendosi ulteriormente verso una sostanzialità che di fatto ha sancito il definitivo progresso sociale e l’innalzamento del livello di benessere dell’intera collettività. Non a caso, il secondo comma parla di sviluppo della persona umana e di partecipazione di tutti i lavoratori (si presume di ogni livello) all’organizzazione sociale, politica ed economica del paese Italia.

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