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Art. 7 Costituzione Italiana

20 novembre 2008
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L’art. 7 della Costituzione italiana è sicuramente – oggi – uno degli articoli più discussi da coloro che propendono per un laicismo integrale (e integralista) dello Stato italiano, quasi che il laicismo possa essere davvero compromesso da un patto che in realtà vuole essere di portata storica e di importanza fondamentale per la società italiana, perché – al di là del presunto confessionismo strisciante che (a torto) gli si vorrebbe attribuire – riconosce pienamente il valore della cultura cattolica nella società italiana, non solo in quanto promotrice di un senso etico assolutamente condivisibile, ma anche perché radicata nei nostri usi e costumi, tanto da contribuire a formare quell’identità nazionale, oggi così denigrata e svilita da un globalismo che anziché arricchire l’umanità, la impoverisce.
L’art. 7 recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Orbene, partiamo dal primo comma della norma in questione, il quale sancisce un principio fondamentale: il riconoscimento da parte dello Stato italiano della indipendenza e della sovranità della Chiesa Cattolica nell’ambito del suo specifico ordine: quello precipuamente spirituale.
Alcuni autori rilevano come nella dicitura si voglia esprimere quel concetto di autonomia istituzionale che ritiene l’ordinamento ecclesiastico come ordinamento giuridico primario, al pari di quello statale, sebbene – a differenza di quest’ultimo – esso presenti indubbie caratteristiche di volontarietà e di non coazione (l’adesione a tale ordinamento è volontario e non è soggetto a precetti coattivi od obbligatori).
Invero, quello che veramente è importante in questa norma è il riconoscimento da parte dello Stato di una competenza esclusiva (sostanziale e giurisdizionale) della Chiesa Cattolica in determinate materie, che a loro volta vengono identificate nelle specifiche norme dei Patti Lateranensi.
Detto questo, è opportuno – prima di inoltrarci nel commento del secondo comma dell’art. 7 Cost. – ricordare cosa sono i Patti Lateranensi citati e del perché essi assumono un’importanza fondamentale nei rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica.
Senza dover ripercorrere in modo dettagliato tutte le tappe e le vicende storiche che hanno portato alla stipulazione degli accordi del 1929, si può dire in primo luogo che essi sono considerati il simbolo della definitiva pacificazione tra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano, dopo le vicende che avevano minato i rapporti tra le due entità.
Prima di tutto, dobbiamo ricordare le famigerate “leggi eversive” (ll. 3036/1866 e 3848/1867) con le quali lo Stato italiano aveva avviato una politica restrittiva nei confronti degli enti ecclesiastici, che perdevano del tutto la capacità patrimoniale (in altre parole, gli enti morali non potevano possedere beni immobili, e quelli che già possedevano venivano incamerati nel patrimonio statale); e poi le successive “leggi delle guarentige” del 1871 (l. 214) a seguito dell’occupazione di Roma, proclamata capitale dello Stato italiano, e il “confinamento” dell’autorità ecclesiastica nei palazzi vaticani, assoggettati in questo senso a un particolare regime di esenzione e di franchige non completamente accettate dal Papa, in quanto frutto non già di una negoziazione bilaterale, bensì di un’iniziativa statale sempre revocabile.
Questi eventi, in un’ottica di rigida e netta separazione tra Stato e Chiesa, avevano di fatto reso tesissimi i rapporti tra lo Stato monarchico e la Chiesa, sebbene lo Stato italiano avesse sempre rispettato rigidamente i precetti normativi che tutelavano l’autorità ecclesiastica, garantendone l’indipendenza e l’autonomia. E ciò, con il tempo, aveva determinato una diminuzione della tensione, fino al punto di porre le premesse per la stipula dei Patti Lateranensi con i quali, nel 1929, veniva superata la cosidetta “Questione Romana” e  alla Chiesa Cattolica veniva riconosciuta la condizione di Stato, con tanto di un proprio territorio sovrano (i palazzi Vaticani).
Ma invero, i Patti del Laterano assumono un’importanza storica non solo per il riconoscimento dello status giuridico statuale per la Chiesa Cattolica, bensì anche per la rinnovata incidenza dei provvedimenti ecclesiastici sulla società italiana, almeno per quanto riguarda le materie di interesse ecclesiastico, individuate nei patti stessi.
In primo luogo, viene previsto il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio celebrato dinanzi al ministro del culto cattolico (il cd. matrimonio concordatario). Poi, vengono abolite la maggior parte delle restrizioni sugli enti ecclesiastici, i quali riacquistano capacità patrimoniale, salvo autorizzazione statale (per evitare il fenomeno della “mano morta”, ossia la concentrazione di beni in mani ecclesiastiche, e per questo sottratti al commercio e all’economia), e dunque la possibilità di possedere beni immobili e di essere destinatari di donazioni ed eredità. In terzo luogo, viene riconosciuta l’efficacia delle sentenze ecclesiastiche nell’ordinamento statale, ovviamente solo nelle materie per le quali alla Chiesa viene attribuita una certa autorità esclusiva o concorrente (es. annullamento del matrimonio). Infine, cosa non di poco conto, viene ripristinato il confessionismo di Stato (art. 1 del Trattato).
Ovviamente, questi i punti salienti. E’ bene sottolineare che i Patti Lateranensi disciplinano e regolano in modo dettagliato diverse materie.
Detto questo e ritornando all’art. 7, comma secondo, della Costituzione, certamente devo far notare come i Patti Lateranensi citati siano stati stipulati in un periodo antecedente alla promulgazione della Costituzione italiana, e precisamente nel periodo fascista. Per cui, chiaramente, il problema che già veniva sollevato in sede costituente, era attinente alla compatibilità dei patti con la Costituzione italiana. Un problema, per vero, oggi completamente superato in ragione della loro revisione nel 1984, ma all’epoca e nei decenni successivi molto sentito, soprattutto per quanto riguardava il confessionismo di Stato, il quale, però, si doveva considerare già superato per la prevalenza dei principi di laicità desumibili dal dettato costituzionale.
Altre norme dei Patti Lateranensi venivano intanto superate, tanto che, proprio l’esigenza sottesa all’evidente incompatibilità degli accordi del 1929, hanno indotto la Chiesa e lo Stato italiano a rivedere – anche alla luce del Concilio Vaticano II – i Patti in alcuni aspetti fondamentali (soprattutto per quanto riguarda la disciplina degli Enti Ecclesiastici, il sostentamento del Clero e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche). E ciò è avvenuto, come già anticipato, nel 1984.
In verità, è proprio il recepimento dei Patti nella carta costituzionale che ha sollevato diverse perplessità, poiché qualcuno ha fatto notare come tramite il richiamo dei patti nella Costituzione si sia operata una vera e propria costituzionalizzazione di accordi e di norme non completamente compatibili con il dettato costituzionale.
Tesi decisamente incondivisibile. E’ chiaro infatti che, tramite il secondo comma dell’art. 7 Cost., non si è recepito il Patto Lateranense in tutti i suoi aspetti normativi (sempre opinabili alla luce dei principi costituzionali), quanto piuttosto il principio pattizio in sé; principio in base al quale i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica devono necessariamente essere regolamentati attraverso un accordo pattizio tra le due entità. Altrimenti, come afferma sempre il secondo comma dell’art. 7, la modifica degli stessi può avvenire solo ed esclusivamente tramite il meccanismo di revisione costituzionale previsto dall’art. 138 Cost.
Ed è questa la versione correntemente accettata dai costituzionalisti e dagli studiosi del diritto ecclesiastico. E di fatto, così è accaduto con la revisione dei patti del 1984, i quali non hanno richiesto il procedimento ex-art. 138 Cost., poiché avvenuta in accordo tra lo Stato Italiano (rappresentato dal Presidente del Consiglio, Bettino Craxi) e la Santa Sede (rappresentanta dalla Conferenza Episcopale Italiana).
Concludo con il rapporto tra le norme pattizie e le norme statali. Ho già anticipato che nel rapporto tra i Patti Lateranensi e loro revisione da una parte e norme costituzionali dall’altra, quelle che prevalgono sono queste ultime (sebbene i maggiori contrasti tra i patti e la Costituzione siano ormai un ricordo del passato e malgrado alcuni autori invece propendono per la tesi contraria). Ebbene, bisogna ricordare ora che nel rapporto tra i Patti e le norme ordinarie (leggi statuali), prevalgono le norme pattizie, in quanto dotate di riconoscimento (o rafforzamento) costituzionale.

Nota: non ho qui trattato il principio costituzionale di “Libertà Religiosa” e i rapporti tra Stato Italiano e le altre confessioni religiose (che hanno originato le cosidette “intese” ex-art. 8 Cost.). Lo farò nei prossimi articoli.

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